Chi è lo sciamano?

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IL BARDO (o transito, stato intermedio)

La grande Liberazione attraverso l’Udire


Riguardo all’attività dello sciamano psicopompo esiste, nel contesto dello Yoga Sciamanico, un testo molto importante e autorevole, si tratta del Bardo Thodol, II Libro Tibetano dei Morti, il cui insegnamento, adeguatamente trasmesso da un maestro, non solo serve al viaggio del morente, ma è anche una impareggiabile guida per la vita.

Sulla scia dell’insegnamento del Bardo, lo sciamano psicopompo può condurre nell’aldilà non solo i morenti, ma, mediante l’estasi meditativa, anche coloro che intendono ampliare il loro stato di coscienza e guarire dai blocchi nevrotici che nascono dalla compressione alla quale la corazza dell’io ci sottopone. Viaggiare nella morte può essere uno strumento per favorire la guarigione e la crescita personale.

Il Bardo ci insegna che nel processo della morte la conoscenza e la salvezza del piano spirituale ci si presentano sotto forma di luci abbaglianti, mentre il mondo e il piano mentale ci si presentano sotto forma di luci più rassicuranti, non abbaglianti.

La prima grande prova che il morente deve superare per ottenere la liberazione è il riconoscimento della luce spirituale come vera natura di tutte le cose e dunque anche di se stesso.

Allora il morente ricorda gli insegnamenti che servono a determinare il riconoscimento e che in vita gli furono impartiti dal lama; inoltre riconosce identica alla luce la propria intelligenza scevra di qualsivoglia pensiero concreto. In terzo luogo, acquistando tale conoscenza da se stesso si congiunge per mai più separarsene con l’infinita potenzialità spirituale. Allora la salvezza è certa. II morente deve, dunque, avere il coraggio di seguire la luce abbagliante. Se, per paura, si rivolge alle rassicuranti luci della mente e del mondo, fallisce la prima prova del transito.
Fallita la prima prova, il morente procede nel transito; la sua coscienza, allora, prende a dispiegarsi e il piano esistenziale che è in lui gli si presenta dinanzi sotto forma di visioni le quali, in base al karma che egli ha accumulato, potranno essere terrifiche o benefiche.

Per raggiungere la salvezza, afferma il Bardo, il morente deve riconoscere tutte le immagini che gli si presentano come prodotti del suo stesso pensiero. Sostanzialmente il Bardo ci insegna che tutto ciò che ci è accaduto in vita è stato prodotto dalla nostra mente, è stato il frutto della nostra immaginazione. Dunque noi siamo responsabili per tutto ciò a cui abbiamo assistito.

In effetti esiste un piano dell’essere in cui tra me, te, lui, gli altri e il resto della natura non esiste alcuna separazione, esiste un piano profondo in cui tutto è uno. La vera natura dell’essere, inconoscibile dalla mente, è universale.
La salvezza nella morte consiste nell’assumersi la responsabilità per ciò che si è, nel riconoscere dinanzi alle immagini benefiche, così come dinanzi a quelle terrifiche, se stessi: nell’ammettere che il mondo che abbiamo vissuto era dentro e non fuori di noi.

Il Bardo ti comunica che la morte è destinata a presentarti la vita così com’è al di fuori della prigione dell’io, al di fuori dell’illusione della mente che, creando la personalità, ti lascia intendere che tu e gli altri e la natura tutta siete forme divise ed esseri diversi. In fondo la morte è proprio la disgregazione delle strutture fittizie dell’io, essa ti presenta la vita così come l’ha vissuta la parte più profonda di te, la tua anima.

Ciò che devi fare per raggiungere la salvezza nella morte è, secondo il Bardo, riconoscere la tua anima, non intimorirti dinanzi all’abbagliante luce della Conoscenza, ma affermare dinanzi a quella, così come dinanzi alle visioni benefiche o terrifiche che nascono dal dispiegarsi della tua coscienza, ecco ciò che io sono.

Un Naghpa conosciuto in tibet,

sciamano nomade psicopompo,

conoscitore del Bardo